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La mia Firenze. Tra lampredotto, leggende e architetture.

Per poco più di tre anni ho frequentato Firenze almeno due o tre volte al mese, intraprendendo quel comodissimo viaggio in treno che è il tragitto Mantova-Firenze. Tante ore di treno, tanti cambi di treno (e chi viaggia spesso, sa benissimo che aumentando il numero di COINCIDENZE – termine non casuale – aumentano le possibilità che qualcosa vada storto), tanti chilometri percorsi a piedi in una delle città più belle del mondo, culla del Rinascimento, e alla fine? cosa mi porto dentro di Firenze?

Sicuramente conosco alla perfezione ogni pietra sul sentiero tra la Stazione Campo di Marte e la Facoltà di Architettura di via Micheli, così come ricordo molto bene quanto avviene sul percorso da Santa Maria Novella alla stessa Facoltà.

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Il luogo però a cui sono più affezionata è Piazza Santissima Annunziata: uscita dalla facoltà ci passo sempre per andare a pranzo con le mie compagne di dottorato, quando non pranziamo direttamente in piazza quando la stagione lo permette. Sarà il pensiero di un buon pranzetto fiorentino (noi mangiamo sempre all’Osteria dell’Ortolano, dove il menù cambia ogni giorno seguendo le stagioni e c’è un ottimo rapporto qualità/prezzo), sarà il momento di relax, sarà la cornice del Brunelleschi, ma questa piazza mi piace davvero moltissimo. Da quando poi ho scoperto la leggenda che la interessa, mi sta ancora più simpatica.

Se ci fate caso, sul lato della piazza opposto alla basilica, c’è un palazzo in mattoni rossi che ha l’ultima finestra in altro a destra con gli scuri socchiusi. Sempre socchiusi. È palazzo Budini-Gattai, o Grifoni, leggenda vuole che nel Cinquecento una giovane donna andò in spossa al bel Grifoni che, ahimè, dovette quasi subito partire per una delle tante battaglie dell’epoca. La giovane sposa lo salutò dalla finestra del palazzo e passò le successive giornate alla finestra, a ricamare in attesa di veder tornare l’amato. Passarono gli anni e il bel Grifoni non fece mai ritorno finché la sposa, ormai vecchia, morì davanti alla finestra. I parenti intervenuti, decisero di chiudere la finestra e subito nella stanza si spensero le candele, volarono libri e accaddero altri fatti inspiegabili che, altrettanto inspiegabilmente, cessarono appena la finestra fu riaperta. Da quel giorno gli occupanti del palazzo lasciano socchiusi gli scuri per permettere allo spirito della donna di vegliare sulla piazza aspettando il ritorno dell’amato.

Come ogni storia d’amore leggendaria che si rispetti ha sempre un risvolto meno nobile. Alcuni sostengono infatti che non sia un caso se il cavaliere della statua equestre che campeggia al centro della piazza ha lo sguardo rivolto proprio verso quella finestra. Si vocifera che il Granduca Ferdinando I, il nostro cavaliere, avesse in quel palazzo la sua amante…

Leggenda? Realtà? Amor cortese o loschi inciuci? A voi l’ardua sentenza!

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Tornando a vicende più terrene, complice qualche conferenza fuori sede, ho avuto anche l’opportunità di scoprire luoghi diversi della città, come le Murate.

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Nel 1424 sorse qui un Monastero di monache di clausura detto appunto “delle murate”. In seguito alle soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi che colpirono anche la Toscana, nel 1808 il monastero fu svuotato e, come spesso avvenne per strutture di questo tipo, modificato e convertito a funzione pubblica riaprendo i battenti come carcere maschile nel 1845, funzione che mantenne fino al 1985. Negli anni il carcere diviene teatro di vicende buie – durante la seconda guerra mondiale divenne campo di raccolta e tortura per partigiani e prigionieri politici – ma anche molto umane, come il salvataggio dei prigionieri durante l’alluvione del 1966.

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Oggi il complesso delle Murate mantiene intatto il fascino dato dalle grandi masse murarie e il progetto di recupero, portato avanti dal Comune di Firenze su un progetto ispirato dall’architetto Renzo Piano, ha ridato nuova vita a spazi ed edifici che oggi ospitano residenze, locali e spazi espositivi.

Se poi capitate nei pressi della facoltà di architettura di Santa Verdiana, per il pranzo avete due opzioni molto differenti: il caffè letterario del complesso delle Murate (potete ordinare dal menù o fare pranzo a buffet; la sera fanno un “aperitivo cenato” interessante) oppure buttarvi sullo streetfood e andare dai “Pollini”, ovvero “i’  babbo (Sergio) e i’ figliolo (Pierpaolo)”, in via de’ Macci. Si dice che a questo furgoncino si mangi il miglior lampredotto di Firenze e, a giudicare dall’affluenza, ci crediamo! Quello dei Pollini è ormai un chiosco storico, e il rito codificato: si arriva, si saluta e quando è il vostro turno si risponde alla domanda:  “Come lo vòle?”

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Scelte le salse (verde e/o piccante) e se lo volete bagnato sopra o sotto, gustatevi il miglior panino col lampredotto di Firenze, condito dalla simpatia dei due venditori ambulanti. A due passi da lì avete il mercato di S. Ambrogio, un vero mercato rionale dove potete passeggiare e curiosare mentre date gli ultimi due morsi al panino (perché anche se i due posti sono vicini, difficilmente un lampredotto dura più di 10/12 morsi!)

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Il mercato di San Lorenzo è l’altra tappa importante della vita gastronomica fiorentina. Al piano terra trovate il tradizionale mercato, mentre il piano di sopra è stato completamente rinnovato.

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Dal punto di vista progettuale qualcosa non deve essere andato per il meglio se d’inverno, per non soffrire freddo, tutti i dehor sono incellofanati e riscaldati, facendo perdere la bellissima spazialità del luogo. Non è un dettaglio da architetti fissati, ma un aspetto importante perché il mercato di San Lorenzo fu progettato e realizzato tra il 1870 e il 1874 da Giuseppe Menconi, lo stesso della Galleria Vittorio Emanuele II a Milano, ispirandosi al Les Halles parigine e rappresenta per la Firenze di quegli anni un intervento importante sotto diversi punti di vista.

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Poi ci sono quei luoghi vicini alla stazione di Campo di Marte che quando ti sopprimono il treno, sono l’ideale per passare il tempo. Così in tre anni di dottorato non sono mai riuscita ad entrare agli Uffizi, ma conosco alla perfezione il Cimitero degli Inglesi, realizzazione ottocentesca destinata ad accogliere i morti di fede protestante stranieri. Essendo i protestanti spesso identificati con gli inglesi, e questi la maggior parte degli “ospiti” del cimitero internazionale, si è finito con l’identificare il luogo come Cimitero degli Inglesi.

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Torneremo presto a raccontarvi altri luoghi e altre chicche, nonché le meravigliose ricette fiorentine imparate negli anni, quindi… stay tuned!

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Pensacuoca

Creativa nel DNA, il suo animo spazia dalla precisione di una segretaria svizzera alla sregolatezza di un musicista underground.
Prende appunti, annota tutto, studia, legge, intraprende preparazioni lunghe e difficili e poi butta tutto in vacca dimenticandosi il sugo sul fuoco o tagliando la decorazione in cubetti casuali. Per fortuna c'è Fotomangio, che un po' la sgrida e un po' la salva...

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